3 Comments

  1. Andrea November 11, 2009 @ 10:01 pm

    A malincuore riconosco tanto di vero in questo pezzo

  2. Raf November 25, 2009 @ 5:22 pm

    Io mi chiedo sempre chi sarà il prossimo, chi sostituirà Bepino Sip: chi è il giovane che ora sta “abbastanza” e che prenderà il suo posto? Abbandonato dagli affetti alla sua vita in bianco e nero.

  3. RSS Week #73: letture per il weekend - Matteo Moro November 28, 2009 @ 10:03 am

    [...] Bepino Sip: il dramma della solitudine [...]

Bepino Sip. Il dramma della solitudine.

Cronaca, Friuli

Chi è Bepino Sip? Nessuno, ma potenzialmente ognuno di noi. Abita a Gemona, ha 58 anni. Beve una media (confermata da molti) di 25 - 30 “tagli” (bicchieri di vino) al giorno. Ha lavorato una vita alla Telecom (ex Sip). In pensione, con un’ottima pensione. Vive nella totale indigenza, in una baracca senza acqua, luce e gas, con una casa da completare e che non venderà.

Chiunque si imbatta in lui passeggiando nel centro di Gemona si accorge che qualcosa non va. Le risate che mi capita di sentire e magari anche di fare quando lo si vede aggirarsi spaesato dentro il bar alla ricerca dell’uscita (perché non la trova) mi fanno riflettere. Lui è da solo. Niente famiglia, niente familiari. Niente amici. Molte persone gli hanno ronzato attorno per anni depredandolo sempre per lo stesso motivo. Bere.

Lui non parla con nessuno, non ce la farebbe nemmeno, lui è spinto dall’inerzia dell’alcolismo ormai completo, di chi nemmeno mangia più, di chi è soltanto astratto. Guardarlo mi fa capire quanto per me sia importante avere una famiglia e degli amici, ai quali magari sto sulle palle, ma coi quali posso scambiare qualche chiacchera stordendomi con un bicchiere, ma sapendo sempre qual è la via d’uscita. Vedere Bepino Sip che non trova la via d’uscita di un bar mi sembra la metafora perfetta dell’alcolismo. Lui vede la luce in fondo al tunnel, peccato che la luce sia alle spalle e lui proceda dritto.

Vedere lui a Gemona, profondo Nordest, dove tutti stanno “abbastanza“, dove il sacrificio è religione, dove il lavoro è sporcarsi e l’arte non serve, dove la cultura è o contadina, o qualcosa che tanto non capisco, dove non si beve per dimenticare, ma per ricordarsi chi si è, dove ci si vanta delle sbornie, dove si torna a cena e si pretende di essere serviti dalle stesse donne che fanno il doppio turno casa - lavoro, lamentandosi se la cena è fredda. Li, in quei posti che amiamo e che ci forgiano, ci sono persone sole, che non chiedono niente adesso, ma che magari nella loro vita volevano soltanto un sorriso e una pacca sulla spalla.

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Matteo Bellotto @ November 11, 2009

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