Il digital divide è più culturale o tecnologico?
Ultimamente sento parlare sempre meno del digital divide: potrebbe essere un buon segno, ma anche no. Ci sono sempre più possibilità per essere connessi: i PC si fanno sempre più piccoli, i telefoni cellulari hanno funzioni sempre più avanzate, i punti di accesso wireless si moltiplicano nonostante l’assurda legislazione italiana e, piano piano, arrivano tariffe dati decenti anche per la telefonia mobile.
Il digital divide si sta spostando dalla questione tecnologica a quella culturale: sappiamo usare i mezzi che abbiamo a disposizione? Ma soprattutto, abbiamo le capacità e la voglia di imparare a usarli?
Ci sono persone dotate di un’intelligenza normale (o anche superiore alla media) che messe davanti a una tastiera e a un monitor diventano incapaci capire concetti elementari: cose come un cestino o un pulsante “Invia” diventano improvvisamente strumenti dal significato oscuro.
Le stesse persone, però, sono in grado di scrivere un SMS sulla micro-tastiera di un telefono cellulare alla velocità della luce e sanno che se il tuo numero di telefono inizia con “338″ significa che il tuo operatore è TIM (oggi non è più vero, ma facciamo finta che sia così). Capire il senso di quello che sta prima e dopo la chiocciolina di un indirizzo e-mail diventa invece molto complesso: forse il fatto che gli anglofoni la chiamino “at” aiuta a comprenderne il significato.
Persone che, perfettamente a loro agio con i mille moduli necessari per spedire una raccomandata con ricevuta di ritorno, fanno fatica a rispondere a una e-mail: in modo decente, intendo.
Persone con una conoscenza invidiabile della lingua italiana che, davanti a una tastiera, dimenticano il normale uso delle vocali e del “ch”: la scusa ufficiale è la rapidità, ma il bilancio fra i decimi di secondo (forse) risparmiati a scrivere e i minuti (con annesse imprecazioni) necessari per decifrare quanto scritto è decisamente in rosso.
A parte questi dettagli, che non sono altro che gocce nel mare, manca proprio una base culturale che permetta alle persone di usare in modo consapevole le tecnologie che hanno a disposizione. Usare in modo consapevole non significa diventare dei tecnici (negli anni si è volutamente creato il falso mito del “facile da usare“, un fraintendimento che ha prodotto più danni che benefici): tutti sappiamo, più o meno, guidare l’automobile e conosciamo, sempre più o meno, il codice della strada. Utilizziamo quindi in modo consapevole l’automobile pur senza essere dei meccanici, no?
Matteo Moro @ March 4, 2009




















Vero. Tutto vero. Bravo Matteo.
C’è anche da dire che molte persone anche dotate di grande intelligenza, pensano di poter fare gli intellettuali solo per il fatto che la tecnologia non gli interessa, senza naturalmente dare significato alla parola tecnologia. C’è gente laureata in materie letterarie (me compreso) che pensa di non doversi applicare (non di non capire) per il solo fatto che ci sarà comunque qualcuno (tecnico) che lo fa per te. In questo senso il vento sta cammbiando e tutti questi pseudo-intellettuali (me compreso) stanno imparando a imparare!
[...] post di oggi consiste in qualche riflessione sul digital divide: non tanto la carenza di infrastrutture quanto la mancanza di una specie di cultura digitale che [...]
Argomento interessante e purtroppo sempre attuale.
Parli di base culturale e mi chiedo chi dovrebbe inetrpretare il ruolo
della “scuola guida”…
Ciao ciao
Sacha, a bruciapelo risponderei “la scuola”, ma poi ci penso meglio e non credo sia la risposta più corretta. O meglio, lo sarebbe se prima ci fosse qualcuuno che insegna a insegnanti, dirigenti scolastici e via via fino alla signora Gelmini (o chi per lei)
Detto così, quindi è un problema culturale e basta…
[...] “Curiosity could save the web“: riflessioni sul digital divide [...]